Valefa - 19:41 - sabato, 01 novembre 2008
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Un camion carico di spranghe
e in piazza Navona è stato il caos

La rabbia di una prof: quelli picchiavano e gli agenti zitti

di Curzio Maltese

 

Aveva l´aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo de´ Fiori colmo di gente. Certo, c´era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico.

«Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane» sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un´onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo de´ Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi. Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano «Duce, duce». «La scuola è bonificata». Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent´anni, ma quello che ha l´aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un´altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell´università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. «Basta, basta, andiamo dalla polizia!» dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. «Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!» protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: «E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!». Il funzionario urla: «Impara l´educazione, bambina!». La professoressa incalza: «Fate il vostro mestiere, fermate i violenti». Risposta del funzionario: «Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra». C´è un´insurrezione del drappello: «Di sinistra? Con le svastiche?». La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: «Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un´azione di violenza da parte dei miei studenti. C´è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c´entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire».



Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: «Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra». Monica, studentessa di Roma Tre: «Ma l´hanno appena sentito tutti! Chi crede d´essere, Berlusconi?». «Lo vede come rispondono?» mi dice Laura, di Economia. «Vogliono fare passare l´equazione studenti uguali facinorosi di sinistra». La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: «Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov´è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l´avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto».

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. «È contento, eh?» gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand´ero ministro dell´Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell´ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all´ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì». È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un´azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. «Lei dove va?». Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: «Non li abbiamo notati». Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: «Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!». L´altro risponde: «Allora si va in piazza a proteggere i nostri?». «Sì, ma non subito». Passa il vice questore: «Poche chiacchiere, giù le visiere!». Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.

Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s´affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l´assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s´avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell´Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae. A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all´occupazione, s´aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. «Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l´idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo».

(30 ottobre 2008)

 

 

Valefa - 10:49 - martedì, 28 ottobre 2008
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Il giorno 31 ottobre i rifugiati del Darfur in Italia dovrebbero unirsi agli altri rifugiati del Darfur presenti in altri Paesi europei per manifestare insieme a L'AIA, nei Paesi Bassi in favore dell'incriminazione del Presidente sudanese Al BAshir di crimini di guerra e contro l'umanità.

Per fare questo, ci dice Sulima Ahmed, rappresentante dei rifugiati in Italia, occorrono i soldi necessari al noleggio di due autobus e relativi autisti.
Suliman ci chiede un aiuto. Abbiamo già espresso internamente alla nostra associazione dubbi circa la reale efficacia di simili inziative, considerando appunto il costo di una simile trasferta. Eppure, non si può negare che niente di più autentico e vigoroso si può chiedere a un uomo dello slancio che lo anima ad attraversare un continente per dare voce alle proprie aspirazioni di giustizia e pace. Parliamo degli attori veri del dramma del Darfur: i rifugiati del Darfur non chiedono altro che poter dare alla propria speranza anche una sola possibilità di concretizzarsi. Se anche non dovesse cambiare comunque niente per il Darfur, i figli del Darfur ci avranno comunque provato. E noi con loro.

Per informazioni su come donare, contattateci al più presto. Per chi ci conosce sin dall'inizio, sa che la nostra scelta è stata di non chiedere mai soldi confidando nelle potenzialità dei singoli, ed è per questo che, ingenuamente, abbiamo rinunciato ad aprire uno specifico spazio per le donazioni. Se la fiducia in noi può compensare questa mancanza, metteremo per ora a disposizione un riferimento unico, seppur ancora personale, per i vostri contributi per gli autobus dei rifugiati.

Scrivete a blog@italianblogsfordarfur o info@italianblogsfordarfur.it entro il 28 aprile.

Cordiali saluti,
Mauro Annarumma



PER AIUTARE SULIMA E GLI ALTRI POTETE CONTRIBUIRE ACQUISTANDO ON LINE DELLE SPILLETTE COME QUELLA IN FOTO, CON UN' OFFERTA MINIMA DI 4 EURO. PER INFO CONTATTATEMI!!

 




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Valefa - 22:30 - mercoledì, 08 ottobre 2008
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Stasera ore 23.40 su rai tre.
Valefa - 10:13 - mercoledì, 13 agosto 2008
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L'Ossezia del sud è una regione indipendente e Bush dovrebbe dire "il presidente georgiano Saakashvili ritiri immediatamente le truppe dall'Ossezia" mentre invece cerca di manipolare la realtà affernado "La Russia rispetti i confini georgiani". Naturalmente Saakashvili è un burattino nelle mani di Washington, col lasciapassare di Bruxelles. È una vergogna.

Giulietto Chiesa analizza: "Saakashvili ha agito perché si è sentito coperto
da Washington, in prima istanza, essendo quella capitale la capitale
coloniale della attuale Georgia “indipendente”. E, in seconda istanza si è
sentito coperto da Bruxelles. Queste cose non si improvvisano, come
dovrebbe capire il prossimo commentatore di uno dei qualunque telegiornali
e giornali italiani.Col che si è messo al servizio della strategia che
tende a tenere la Russia sotto pressione: in Georgia, in Ucraina, in
Bielorussia, in Moldova, in Armenia, in Azerbajgian, nei paesi baltici.
Insomma lungo tutti i suoi confini europei. Saakashvili ha un suo
tornaconto: alzare la tensione per costringere l'Europa a venire in suo
sostegno, contro la Russia; ottenere il lasciapassare per un ingresso
immediato nella Nato e, subito dopo, secondo lo schema dell'allargamento
europeo e dell'estensione dell'influenza americana sull'Europa, l'ingresso
in Europa.

Secondo piccione: chi muove Saakashvili conta anche sul fatto che questo
atteggiamento dell'Europa finirà per metterla in rotta di collisione con la
Russia. Perfetto! Con l'ingresso della Georgia nella Nato e in Europa gli
StatiUniti avranno un altro voto a loro favore in tutti i successivi
sviluppi economici, energetici e militari che potrebbero vedere gli
interessi europei collidere conquelli americani".

In"La guerra infinita" di G. Chiesa (Feltrinelli 2002) tutto era spiegato. E i potenti giocano a Risiko con la vita degli esseri umai.

Fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/08/la_guerra_mondi/index.html?s=n2008-08-09'class="Stile13"target="_blank" >

Valefa - 15:26 - venerdì, 01 agosto 2008
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Il sito WWW.YOUTUBE.COM non è accessibile in Sudan; viene confermato anche da un connazionale presente sul territorio per motivi di lavoro. Non si tratterebbe di un disguido tecnico, bensì di censura governativa. Il portale è accessibile tramite l'indirizzo WWW.YOUTUBE.IT .

 

Fonte:

http://itablogs4darfur.blogspot.com/2008/07/youtube-bloccato-in-sudan.html

Valefa - 11:12 - domenica, 06 luglio 2008
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Salve a tutti!! Domani è il 7 luglio... a Pamplona si festeggia San Fermin. E' una festa che sarebbe inconcepibile fuori dalla Spagna e sicuramente il 99,9% di quelli che vedranno il video qua sotto penserà che gli spagnoli non ci stiano con la testa!
Bè, siccome sono del parere che ogni (o quasi) esperienza vada vissuta, ci sono stata. Certo non ho partecipato attivamente a los encierros, ma mi sono fatta 4 ore di fila per vedere quello delle 7 della mattina del 7 di luglio 2005!! (h. 7 del 7/07).
Devo dire che... è un'esperienza unica e irripetibile... irripetibile più che altro perchè ne esci devastato!! Volerlo rifare sarebbe masochismo allo stato puro!! Però magari prenotando un bell'ostello (noi dormivamo in un parcheggio sotterraneo perchè si moriva di freddo) e con la consapevolezza che se inizi col calimocho appena arrivi rischi di andare via a cucchiaiate... allora si, lo rifarei!!
Allora amore, ci andiamo il prossimo anno???
 
 
 
 
  
 
 Vale ^_^
Valefa - 14:21 - venerdì, 04 luglio 2008
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Un'ombra nera si muove, lenta, curvandosi a seguire le dune di sabbia solcate da impronte di uomini e animali in fuga. Avanza, lenta, come se non esistesse tempo da perdere, giorni e mesi da spendere. Se la vita in Darfur fosse una moneta, non ne basterebbe di certo una a comprare del pane al mercato.

Kalima lo sa. Ha lavorato nei campi anche quando desiderava solo giocare con la sua bambola multicolore, sin da quando, bambina, era stata data in moglie a un uomo che avrebbe garantito a lei e alla sua famiglia un futuro. Le hanno insegnato a pregare all'alba e a ringraziare per ogni giorno avuto in dono. Non ha piu' la forza di farlo anche oggi, che il giorno ormai si incammina stanco verso la notte, e con esso la sua ombra che si fa piu' lunga ad ogni passo.

Non sa dove va, Kalima. Dietro di lei tutto e' bruciato. Non le sono rimasti nemmeno i ricordi, persi nel labirinto della sua mente, ferita dall'odio di uomini in armi che hanno fatto sfregio del suo essere donna. Le restera' pero' il silenzio addosso a coprirla con vergogna agli occhi della stessa gente del suo villaggio, che ora, fuggitiva anch'essa, finge di non vederla.

Non pensa, Kalima. I suoi piedi nudi sulla sabbia arroventata procedono da soli, come fossero spaventati, come se un ancestrale istinto avesse donato loro la forza per prendersi carico di un intero corpo inerme. Gira la voce che ad andar sempre dritti si giunga a un campo, dove diano da bere e da mangiare. Gira la voce, ma gira anche il mondo intorno a lei. E per Kalima giunge infine la notte.

Ogni anno, in Darfur, muoiono quasi 100.000 persone, per fame, sete e per gli attacchi delle milizie janjaweed sostenute dal governo sudanese, come denuncia l'ultimo rapporto della Corte Penale Internazionale, che ha conferito il 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, sulla situazione dei diritti umani in Darfur.

Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi  crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’ autorità internazionale.

Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinchè il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.

Proprio il 5 giugno, anche in Italia, ha preso il via la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane.

“Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinchè esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb.
Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato..

E da Myspace riparte questo mese la campagna on-line di Italians for Darfur, con uno spazio dedicato agli artisti emergenti che vogliono proporre un brano per il Darfur: www.myspace.com/musiciansfordarfur. Proseguono la raccolta firme per l'appello a RAI, LA7 e Mediaset, che ha superato le 5000 sottoscrizioni, e le iniziative on-line "Io bloggo per il Darfur" e "Una vignetta per il Darfur".

Vale

Valefa - 10:07 - giovedì, 03 luglio 2008
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Trois citoyens américains enlevés en 2003 et 11 militaires colombiens, capturés au combat – il y a dix ans, pour certains –, ont également retrouvé la liberté, au terme d'une incroyable opération militaire menée sans tirer un coup de feu : "Une opération impeccable, parfaite", a commenté Ingrid Betancourt.

Sur le tarmac, l'émotion s'installe. Ingrid embrasse ses amis, ses proches et l'ambassadeur de France, Jean-Michel Marlaud. Le diplomate lui tend un portable, probablement pour parler avec ses enfants, Mélanie et Lorenzo, à Paris. Les généraux présents et le ministre de la défense, Juan Manuel Santos, donnent l'accolade aux soldats et aux policiers libérés.

Dans le regard encore hagard de ces hommes qui ont passé des années dans la jungle, il y a plus d'incrédulité que de bonheur. Les Américains ne sont pas là : ils volent déjà vers les Etats-Unis. Ingrid Betancourt, sa mère, et les autres otages s'agenouillent quelques minutes pour prier en compagnie d'un prêtre venu les accueillir.

La Franco-Colombienne est amaigrie mais éblouissante. Ses longs cheveux tressés sur sa tête, son teint frais et la joie qui irradie son visage lui donnent l'air d'une adolescente en cavale. On en oublierait presque l'interminable épreuve qu'elle vient de traverser.

De sa voix claire, sans jamais trébucher sur les idées ou les mots, elle en parle avec simplicité et dignité. Devant les télévisions du pays, dans les cafés et les centres commerciaux, les Colombiens se figent, comme au soir des grands matches de football.

Quelques heures plus tôt, le ministre colombien de la défense avait annoncé au monde le succès de cette opération "sans précédent", digne du meilleur cinéma d'action américain. Sur la base des témoignages des otages libérés, les militaires ont réussi à localiser la guérilla, dans le département amazonien du Guaviare, dans le sud du pays. Puis ils l'ont infiltrée et trompée.

"DES PERSONNAGES SURRÉALISTES"

Une "organisation humanitaire" a proposé aux guérilleros d'assurer le déplacement des otages pour les remettre au nouveau chef suprême de l'organisation armée, Alfonso Cano. Les guérilleros qui en avaient la garde ont reçu ordre de réunir les 15 otages et de les livrer aux prétendus "humanitaires". Ingrid Betancourt raconte la suite.

Devant le micro installé au pied de l'avion, les militaires défilent d'abord. Ils disent merci à l'armée "qui ne les a jamais oubliés". Ils se disent fiers d'appartenir à l'institution militaire. Ils disent que la victoire contre les FARC est désormais assurée. Pas un mot personnel : ils semblent répéter une leçon bien apprise. L'un d'eux a sur l'épaule un drôle de petit écureuil rapporté de la forêt.

Puis c'est le tour d'Ingrid Betancourt. Elle prend son souffle : "J'ai tant attendu ce moment, j'espère que je vais pouvoir parler", dit-elle. Elle remercie d'abord Dieu et la vierge – qu'elle a "si souvent priés" au cours de son calvaire. Puis elle a un mot pour tous ceux qui l'ont accompagnée dans ses prières pendant toutes ces années. Elle le redit, émue, en français. Puis elle remercie avec effusion "l'armée de [sa] patrie" et le président Alvaro Uribe.

Elle raconte ensuite les détails de sa libération et comment elle-même a cru au subterfuge monté par l'armée. Lorsque les faux "humanitaires" "des personnages surréalistes" – ont débarqué de leur hélicoptère blanc, Ingrid Betancourt s'étonne des sigles inconnus et des T-shirt à l'effigie de Che Guevara. Le découragement la prend à l'idée d'être transférée vers un autre campement. Les guérilleros font monter dans l'avion les otages menottés. Leur chef monte également.

"L'hélicoptère s'est envolé et, tout à coup, quelque chose s'est passé – je ne me suis pas bien rendu compte de quoi – et j'ai vu le commandant guérillero qui, pendant quatre ans avait été si cruel et si humiliant, je l'ai vu au sol, les yeux bandés (…) le chef de l'opération a dit : 'Nous sommes l'armée colombienne, vous êtes libres' et l'hélicoptère est presque tombé ! On a sauté, on a crié, on s'est embrassé, on pouvait pas le croire, c'est un miracle" .

Au fil de son récit, elle égrène ses émotions du jour et encore des remerciements : à ses compatriotes, à la France et aux Français, au président Chirac et à son ami Dominique de Villepin, à ses compagnons d'infortune – certains, dit-elle, lui ont sauvé la vie – et aux médias. " Vous, les médias, nous avez tant aidés ", dit Ingrid Betancourt aux journalistes. La radio est le seul contact des otages avec le monde extérieur. Elle conclut son intervention en évoquant la mémoire de tous ses compagnons d'infortune morts en captivité.

Les questions fusent. Ingrid Betancourt y répond avec grâce, parfois avec humour. Oui, elle a souhaité que l'armée tente un coup de force. " Face à l'enlèvement, c'est un moindre mal", explique-t-elle. Sa famille s'était farouchement opposée à un éventuel raid de l'armée. Que porte l'ex-otage dans son sac à dos ? Un dictionnaire, des lettres qu'elle espérait faire parvenir à a famille et "des bidules". Dans la jungle, on a si peu de choses que " tout devient important".

Regrette-t-elle ce jour fatal de février 2003 où, candidate à la présidence de la République, elle a décidé de prendre la route contre l'avis de l'armée ? Ingrid rappelle son engagement politique de l'époque et évoque l'idée de destin. "Si c'était à refaire, je le referais", conclut-elle.

Vise-t-elle encore la présidence de la République ? Ingrid crée à nouveau la surprise. Elle défend la réélection du président Alvaro Uribe qui a donné une continuité à la lutte contre les FARC. "Pour le moment, je ne suis qu'un soldat de mon pays au service de la paix", conclut-elle.

"C'est une grande dame et une grande politique qui nous est revenus de la fôret", pointe l'analyste Laura Gil.

Le soir, Ingrid Betancourt et les 11 militaires libérés sont reçus au palais présidentiel. En leur compagnie et entouré de tous les ministres, Alvaro Uribe donne une brève conférence de presse. Il félicite les militaires, les "héros du jour". Il souligne qu'aucun coup de feu n'a été tiré au cours de la libération des otages, alors que l'armée aurait pu abattre une soixantaine de guérilleros complètement encerclés. Il réitère la disposition de son gouvernement à négocier la paix.

"Ma liberté est un miracle", lui dit Ingrid Betancourt. "Un miracle de Dieu, aidé par l'armée colombienne", précise le président. "C'est bien ça", conclut l'ex-otage.

V
Da "LE MONDE", giovedi 3 luglio 2008.
êtue d'un court gilet militaire, Ingrid Betancourt, radieuse, descend l'escalier de l'avion, sur fond d'hymne national. Sous le ciel gris de Bogota, elle embrasse longuement sa mère, les yeux fermés. Les caméras filment cette image tant attendue. Après six ans et quatre mois de captivité, la plus célèbre otage du monde a été libérée, mercredi 2 juillet au matin, par l'armée colombienne.
Valefa - 09:44 - giovedì, 03 luglio 2008
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La ex candidata presidencial Ingrid Betancourt y los otros 14 rehenes de las FARC, liberados por el Ejército colombiano, han llegado a Bogotá donde se han podido reencontrar con algunos familiares. La política colombiana, en aparente buen estado de salud, se ha abrazado con su madre que la esperaba al pie de las escalerillas del avión y ha comparecido ante los medios. Betancourt ha agradecido al Ejército de Colombia la operación que ha permitido su liberación y ha asegurado que luchará por el regreso de todos aquellos que continúan en poder de la guerrilla.

"Gracias al Ejército mío, de mi patria Colombia, gracias por la impecable operación (de rescate), la operación fue perfecta", ha declarado Betancourt, vestida con gorro y chaqueta militares, ante los medios en la base aérea del Catam, cerca de Bogotá. La ex candidata, muy emocionada tras el reencuentro con su madre, ha agradecido también a Nicolas Sarkozy, con el que se reunirá en las próximas horas en París, el apoyo brindado por Francia durante sus meses de cautiverio. En este sentido, Betancourt, que ahora tiene 46 años, tampoco ha querido olvidarse de los rehenes que todavía siguen poder de la guerrilla y ha prometido que luchará por el regreso de todos los secuestrados con el apoyo del presidente francés. Sin embargo, ha añadido que si la liberación no se consigue por la vía de la negociaión, hay que tener "confianza en las Fuerza Militares" colombianas

Antes de su llegada a la base aérea del Catam, Betancourt realizó sus primeras declaraciones, tras ser rescatada, en la emisora de las Fuerzas Militares colombianas, palabras que fueron retransmitidas por distintas cadenas de radio del país. La ex candidata presidencial afirmó que su liberación y la de otros 14 rehenes cautivos es "una señal de paz para Colombia". "Nos están demostrando que la paz sí es posible", según añadió Betancourt, que hoy jueves tiene previsto viajar a Francia.

Operación Jaque

La liberación de los 15 rehenes ha sido la culminación de una operación, que ha recibido el nombre de Jaque, del Ejército colombiano. Juan Manuel Santos, ministro de Defensa de Colombia, anunció que el Ejército había rescatado sanos y salvos a la ex candidata presidencial, a tres estadounidenses y a once militares secuestrados por las FARC. Los liberados estaban a 72 kilómetros de la población de San José del Guaviare, en el suroeste del país. Dos helicópteros acudieron al rescate y según el general Freddy Padilla de León, máximo jefe de las Fuerzas militares, se han detenido a dos guerrilleros en la operación.

Además de Betancourt, que llevaba 2.323 días secuestrada, han sido liberados los contratistas estadounidenses Thomas Howes, Keith Stansell y Marc Gonsalves, secuestrados en 2003. Los tres norteamericanos trabajaban para California Microwave Systems, firma contratada por el Departamento da Defensa de Estados Unidos para recoger informaciones sobre plantaciones de droga. Sin embargo, las FARC los acusaron de ser espías de la Agencia Central de Información (CIA). Howes, Stansell y Gonsalves ya han abandonado Colombia rumbo a Estados Unidos.

Militares encubiertos

Las autoridades colombianas han explicado que la operación se ha logrado por la infiltración de una cuadrilla de guerrilleros que eran quienes coordinaban las acciones de secuestros en los últimos años. Por medio de manejos con los infiltrados en la guerrilla, se logró coordinar que unos helicópteros se dirigieran al sur del país, donde estaban los rehenes, para su traslado. Dichos helicópteros pertenecían al Ejército y estaban camuflados para no despertar sospechas.

Santos ha detallado que militares infiltrados habían acordado con el Comandante César de las FARC para supuestamente llevar a los cautivos en helicóptero hasta donde se encontraba alias Alfonso Cano, máximo jefe de las FARC desde mayo pasado, tras la muerte del fundador de esa guerrilla, Pedro Antonio Marín, alias Manuel Marulanda o Tirofijo.

La propia Betancourt ha relatado a su llegada a Bogotá cómo se produjo el rescate de los 15 rehenes. "Una hora antes de que llegaran los helicópteros, el comandante Asprilla habló conmigo y me dijo que todos íbamos a subir en un helicóptero, que nos iban a llevar no sabían ellos a dónde, pero era para hablar con un jefe, con un mando. Yo le pregunté si era con Alfonso Cano o con el Mono Jojoy [jefe militar de la guerrilla] y me dijo que probablemente, que ellos no tenían el detalle pero que era alguien muy importante y que de ahí nos trasladaban a algún sitio para tenernos en una situación de cautiverio mejor. Ahí se nos rompió el corazón (...), porque más cautiverio, otro traslado, perder las esperanzas de una liberación...".

Cuando llegó el helicóptero, la desesperanza fue mayor: "Nos dijeron que teníamos que subir esposados. Eso fue muy humillante. (...) "Cerraron las puertas del helicóptero, tomó vuelo, y de pronto hubo algo que sucedió, no me di cuenta bien qué era. De pronto vi al comandante que durante cuatro años estuvo al mando de nosotros, que tantas veces fue tan cruel, tan humillante y tan déspota, lo vi en el suelo, en peloto [desnudo], los ojos vendados. No crean que sentí felicidad, sentí mucha lástima. Pero le di gracias a Dios de estar con personas que respetan la vida de los demás, aun cuando son enemigos". Después... "El jefe de la operación dijo: 'Somos el Ejército nacional, están en libertad'. El helicóptero casi se cae porque saltamos, lloramos, nos abrazamos. No lo podíamos creer".

Da "EL PAIS", giovedi 3 luglio 2008.

Valefa - 19:11 - sabato, 14 giugno 2008
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Come può succedere? Come può succedere che una persona ammazzi la madre di proprio figlio e poi si suicidi? Quando sentiamo queste notizie alla tv ci dispiace, ma... ci siamo abituati... è una cosa lontana da noi... quando tocca a qualcuno che conosci però è come una coltellata.... è come una goccia d'olio bollente versata in testa e che scende fino ai piedi. La sua faccia stampata in testa... e solo devastazione. Perchè lasciare tuo figlio di 2 anni orfano? Perchè nessuno vicino a lui ha capito nulla? Da tempo le nostre strade si erano divise, ma era una di quelle persone che conosci da una vita.... mi sento devastata e triste.



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